poesia

Quelle cose che dici… (depressione)

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Quelle cose che dici
in cui credi,
la tristezza che hai
non te l’ho data io.
La inventi,
priva di parole
muta
ti sale di dentro ed appare
ed io,
che ti resto a guardare
non conosco il motivo.
Tu ridi e scherzi
fra giochi infantili
e frivoli lazzi,
ma poi all’improvviso
tu caschi,
e dal fondo rinasce
quel pensiero
nero che ti opprime,
creato al momento,
è forse che vivi
più bene soffrendo?
E’ forse per te
la tristezza più muta
la sola tua vera
ragione di vita?
Rispondi se credi,
se no, sta in silenzio
nel mondo dei morti
c’è pace, ma dentro
c i son solo vermi
che vivono di pianto
Lo so,
non è bello
il mondo in cui vivi,
ma dimmi perché
con le tue parole
vuoi fare di ghiaccio
la luce del sole,
vuoi fare più nera
e più cupa le notte?
Non hai la risposta,
questo lo sapevo.
Tu dici soltanto
che tu sei così.
Così come cosa?
Cosi come chi?
Silenzio, ora taci.
Con gli occhi socchiusi
visioni rapaci
solenni e silenti
ti muovono al pianto
ed io, che ti guardo
ti prendo vicino
e in silenzio combatto,
senz’armi indifeso,
quegli incubi cupi,
nemici
che io non conosco.

Indietro

diogenes

 

Indietro

torniamo indietro,

torniamo

a stringerci la mano

ad ascoltare

a parlare piano,

prendiamoci di nuovo

il tempo per sognare

per chiudere gli occhi

per pensare.

Indietro

torniamo indietro a…

a quel sogno

che non è mai stato,

a quel tempo

che non è il passato,

indietro

torniamo indietro.

Io… sono dio (provocazione)

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Io… sono dio e a nessuno
è consentito affermare il contrario.
Sono un dio univoco
ed un dio binario.
Io sono il dio delle mie gioie
dei miei dolori,
della mie paure e…
dei miei errori.
Sono il dio benevolo
dei miei difetti,
sono in dio irascibile
dei miei sospetti
sono il dio che accusa
e che che non perdona
sono il dio che soffre
e che da dolore
sono il dio
che nasce mille volte
e mille volte muore
nelle mie sfaccettature
nei miei cambiamenti.
sono il dio che non tollera
gli altrui pentimenti.
Sono il dio del bene
e sono il dio del male
a seconda di ciò
che più mi conviene
che in quel tempo vale.
Sono il dio del riso
sono il dio del pianto,
reiterato nell’errore
e nel pentimento.
Io sono dio,
dio di me stesso
e per quanto conta
sono un dio
anche adesso…

 

 

Solstizi

SOLSTIZIO-GIORNO-PIU-CORTO-1

E’ successo una volta
per strada,
e la storia è finita,
è successo una volta
per strada,
e la rosa è appassita,
io
l’ho vista diversa, cambiata
di se stessa invaghita,
e così
da una splendida notte stellata
di una sera d’estate,
lei è diventata
una livida alba mancata
di un mattino invernale
quando il freddo è pungente
e fa male.
Quando resta soltanto
la voglia di stare
sotto calde coperte a sognare
di nuovo il ritorno
di un mese di aprile
con un più caldo sole
e di un nuovo amore
disposto a fiorire.
E di nuovo hanno chiuso le porte
ad un cuore pedestre
un cuore da circo equestre
disposto a rischiare
e da sempre intento a viaggiare
sulle onde
di un mare inventato,
sulla schiuma di un fiume sognato,
fra montagne coperte di abeti
e fra cime innevate,
sulle note di dolci canzoni
cantate, solamente col cuore
perché un groppo
ti chiude la gola e la voce
non vuole passare.
E ora cerco di nuovo una strada
una nuova fortuna, un paesaggio di luna
che mi faccia di nuovo sognare
ritrovare la voce e cantare
a due occhi di bimba sgranati
a guardare il mio viso,
e io possa di nuovo tornare
ad amare un sorriso.

Sono bravo io

Raccogliere fiori

Oh! Sono bravo io,
nel commettere errori,
nel volere
raccogliere fiori
nel giardino sbagliato.
Oh! Sono illuso io,
se continuo a sperare
senza averne un motivo,
se continuo a sognare
di essere vivo.
Oh! Sono folle io,
a restare la notte nel vento
ascoltando impossibili voci
raccontare
con ritmi veloci
storie di un lontano passato.
Sì, sono triste
io,
mentre ascolto quel vento
raccontare
con voce di pianto
altre storie
di inutili amori.

Quando lo scopo cadde – Stati d’animo contrastanti 3

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Quando lo scopo cadde
e in paludosi canneti
miseramente annegò
senza un grido di aiuto,
un corpo si fece straccio
si afflosciò su se stesso
ed umido, odorò di muffa,
di cose vecchie e stantie
Inutile antro buio
di una vuota chiesa
al cui altare
nessuno chiede più
pietà o perdono.
Lasciate ch’io lo getti
prima che, imbevuto d’alcool
possa paludare grigi selciati
nell’inutile tentativo
di lenire il dolore
di esangui
non corporee piaghe.