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Strani momenti

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Che ci sto a fare? Questa è la domanda che come una palla da biliardo colpita con violenza rimbalza fra le pareti del mio cranio. Già che ci sto a fare, la risposta sembrerebbe ovvia, quasi banale. Come che ci sto a fare, sto qui a vivere, vivo! Vorrei averne la certezza, cosa significa vivere? Camminare, parlare, mangiare, ridere, piangere, gioire, soffrire, amare, pensare… già, ma dopo avere camminato, parlato, riso, pianto, gioito, sofferto, amato, pensato, ecco appunto, pensato… è sempre quel pensato che non mi torna, è quel pensato, quella palla da biliardo che in continuazione rimbalza fra quelle pareti ormai consunte che mi chiede, ma io, che ci sto a fare? E’ a quel pensiero che non so dare una risposta.

Ore

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Decisamente scomode,

fragili,

anomale.

Lente

quando vorremmo fossero veloci.

Istantanee,

immediate e fuggevoli

quando vorremmo trascorressero lente.

Ore,

pause del nostro tempo

perso

in ghirigori sognanti,

fra pause di vero

e di falso

fra illusioni e fiabe

fra realtà mal digerite

e

sogni in embrione

abortiti sul nascere.

Ore

misure create

a misura d’uomo

per instradare

fra pareti apparentemente reali

lo scorrere di un tempo

che ci consuma

nell’attesa del suo passaggio

in assurde pause perse,

noi

i creatori di un tempo

che non ci appartiene.

Tira su ul co – Dialettale

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Tira su ul co fijoeu,
desmet
de guardà in tera,
a tan dupraà
par una vita intrega,
a t’han fa pianc, suda’
t’han mandà in guera,
t’han fa murì
de suta una bandera,
la fudes bianca
rusa od anca nera
par una storia
che l’era minga vera.
T’han robaà i to vecc
i to fijoeu i to ann
mo che te ghe bisogn
pu nanca un cann
al sa regorda
de tutt quel che t’è faa,
a t’han sturgiuu
e poeu’ desmentegaà.
Tira su ul co fijoeu
e slarga i oeuch,
sbasa la man
e netas i genoeuch,
guarda innanz
e camina in su la tera
la tera che l’è tua,
senza andà in guera.
Mo driza i spal
e camina in da la vida
senza dag tra
a chi dis che le finida,
senza scultà ul vusà
di chi al cred
de ves l’unic
depositari d’una fed.
Tira su ul co fijoeu
che urmai l’è l’ura
tira su ul co
senza pu vecc pagura
te set un omm
mo vif la tua aventura
e regorda sempar
che ti, te se un quei v’un
perchè i grand’omm,
senza de ti in nisun.

 

Alza la testa uomo/smetti/di guardare in terra/ti hanno usato/per una vita intera/ti hanno fatto piangere,sudare/ti hanno mandato in guerra/ti hanno fatto morire/sotto una bandiera/che fosse bianca/rossa oppure nera/ per una storia/che non era vera./Ti hanno rubato i tuoi vecchi/i tuoi figli, i tuoi anni/ma ora che hai bisogno/più nessuno/si ricorda/di tutto ciò che hai fatto/ti hanno spremuto/e poi dimenticato./Alza le testa uomo/apri gli occhi/abbassa le mani/ pulisci le ginocchia/e guarda avanti/cammina sulla terra/quella terra che è tua/senza nessuna guerra./Ora, alza le spalle/cammina nella vita/senza dare retta/a chi dice che è finita,/senza ascoltare le urla/di chi crede/d’essere il solo/ depositario di una fede./Alza la testa uomo/ormai è ora/ alza la testa/senza aver più paura/ora sei cresciuto/vivi la tua avventura/e ricorda sempre/ che tu sei già qualcuno/perché i grandi uomini,/ senza te, non sono nessuno.

Il sogno del poeta

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Un gatto
sul tetto nel buio
che miagola solo.
La luna
che guarda dall’alto
domanda:
“Sei triste o felice?”
Sul tetto
un filo di fumo,
un camino da sempre
aspetta qualcuno.
Le tegole vecchie
son fredde nel buio,
in un abbaino
un filo di luce,
all’interno
un ceppo che brucia
facendo rumore.
Una penna, una mano,
un poeta
che scrive parole
d’amore, infelice.
Sul tetto, nel buio
un gatto da solo.
Il camino
ha smarrito il suo fumo.
Là, nell’abbaino
s’è spenta la luce,
una penna, che stanca
parlava di pena,
ora tace.

Sul foglio incompiuto
una macchia d’inchiostro
più nera nel buio,
copre una parola.
Un capo posato,
è il poeta che sogna
un amore felice.
La luna, che guarda dall’alto,
ora tace.