Month: ottobre 2019

La supponenza dei supponenti (chiedo umilmente venia)

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Supponenza supposta

(giocando con banali rime)

 

Pensate a un supponente che supponga

di avere sempre una risposta pronta

e nel bene o nel male le sua fede riponga

nel fatto d’esser sostenuto dalla fronda.

Così si pasce nella supposizione,

avendo studiato a memoria la lezione,

d’essere il solo ed unico campione

ad aver sempre la giusta soluzione.

Finisce poi che quella supponenza

entri nel sangue alla massima frequenza

obnubilando per intero la coscienza

e finendo per non poterne fare senza.

Ma si suppone poi non sia bastato

supporre d’essere il predestinato

ne tanto meno nell’aver cercato

aiuto dal supposto supportato.

Che a lungo andare e senza una proposta

causa di quella supponenza mal riposta

succede che sbagliando una risposta

questa possa tramutarsi poi in supposta.

La partita a carte (filastrocca di semi)

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Come quando fuori piove,

hai le carte in mano

nove

che la prima l’hai giocata,

che peccato era

sbagliata.

L’avversario già ti snobba

ti sorride astuto e…

Scopa!!

Il tuo socio truce guarda

e tentenna sulla

carta

poi con mossa assai gagliarda

batte il pugno e al fine

azzarda.

Scopa! Esulta l’avversario

e da inizio al tuo

calvario.

Così, tu perdi la partita

proprio come nella

vita

se la giochi e sbagli carta,

ti ritrovi nella

merda.

In bianco e in nero

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Uomini
in neri abiti andavano
per dove non importa,
percorrendo una strada,
una strada nel mondo,
che portava in un posto
fra le tante, una.

Uomini in bianco scendono
salgono uomini in nero.
Mamma, li vedi? Seguono
il medesimo sentiero.

In bianchi abiti venivano
uomini,
da dove non importa
percorrendo una strada,
una strada nel mondo,
che portava in un posto
fra le tante, una.

Uomini in bianco scendono
dalla notte nel mattino,
spinti dalla ricerca recano,
ceste di pane e vino.

Si incontrarono.
Uomini in nero
videro il bianco.
Videro il nero
uomini in bianco.
Mai avevano
visto il nero,
mai il bianco.

Uomini in nero salgono
dal mattino nella notte
dolenti passi muovono
facce alla fame indotte.

Si chiesero,
il perché di quel nero,
il perché di quel bianco.
A domande mai poste
non ebbero risposte.
Alle risposte pronte
non ebbero domande.

Guarda, ora si fronteggiano,
nessuno cede il passo.
Se ora non si parlano
succede uno sconquasso.

Non capirono,
senza capire si odiarono.
Portavano picconi e pale
strumenti di vita.
Divennero pugnali e spade,
portatori di morte.

Fermatevi! Fermatevi!
Non siate così folli.
Che siate in bianco o in nero,
sempre siete fratelli.

In bianco e in nero
ora giacciono,
da uno stesso colore,
di sangue rosso,
uniti.

Del pane e del vino

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Datemi del pane,
che fui io
ad arare i campi un fondi solchi
io sparsi
con callose mani i semi
io mietei i campi
falciando steli,
trebbiai dorate spighe
e macinai farina.
Datemi,
quel pane che è mio.
Versate il vino,
che io posai le viti
in diritte file lungo la collina,
io, ne potai i rami
colsi i grappoli,
e i piedi miei
pigiarono nei tini
il rosso nettare.
Versate,
quel vino che è mio.
Datemi del pane,
versate del vino
per la mia comunione.
La comunione del corpo
giacché sin troppo
nutriste il mio spirito,
che il mio stomaco
rattrappito dall’aria
inacidito dall’acqua
ora
chiede altro cibo.