Mese: aprile 2019

Notturno

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Non mi accadeva da tempo di ritrovarmi a queste ore d’avanti al computer. Ultimamente il sonno se pur di non lunga durata si era fatto più regolare, immancabilmente a letto verso le 2,30 immancabilmente sveglio all’incirca alle 8. Ora forse a causa dell’emicrania, mi ritrovo ad aspettare l’alba di fronte al monitor acceso, alla ricerca di qualche cosa di nuovo da leggere, poco in verità e senza la più pallida idea su cosa eventualmente scrivere. Così ho aperto la pagina e ora lascio che i miei polpastrelli cerchino accuratamente i tasti senza sapere esattamente cosa voglio scrivere, ma solo con la ferma intenzione di evitare quei refusi che abitualmente caratterizzano i miei scritti, cerco di accarezzare la tastiera e non di aggredirla come faccio solitamente, con mia moglie che dalla stanza accanto commenta “A quando la nuova tastiera?” Si perché io e la tastiera siamo nemici, beh vediamo di non esagerare, diciamo antagonisti da sempre, io che cerco di scrivere in fretta tutte quelle cose che mi passano per la mente con la paura di smarrirle prima che possano apparine nero su bianco sopra ad un foglio di carta o nella schermata di un monitor, e lei che si contorce scivola cercando di evitare le mie dita impacciate e violente che si le si abbattono sopra come magli impazziti rincorrendo un veloce pensiero, con i risultati già noti. Sì lo so, già più tardi in giornata, preso dalla frenesia del pensiero, dalla voglia di postare velocemente una risposta tornerò ad essere il badilante imbranato di sempre che batte sulla tastiera come fosse il ferro posto sopra ad un incudine e mancando, quando la media è bassa, un tasto ogni dieci per correre poi a premere l’invio dimenticando di effettuare anche il ben che minimo controllo con una veloce rilettura. Ma ora no, ora l’accarezzo la sfioro, cerco accuratamente ogni singolo tasto e scendo adagio sopra per premerlo con dolcezza e verificando nel contempo che il tasto sia quello giusto e che corrisponda a ciò che voglio scrivere, mentre nelle orecchie avvolte dalle cuffie risuonano dolcemente le note del notturno di Chopin

Io, sconosciuto

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Io, sconosciuto
resto.
Di me,
non scorgo i confini.
Forse troppo vicini,
li calpesto.
Vacillando nel vuoto
di inutili pensieri
mi credo
ciò che non sono
e ciò che sono
al buio io nascondo.
In cupi affranti gemo,
della mia solitudine,
ad altri, vado dicendo.
O forse troppo lontani,
statico in un punto
mi arrovello
senza giungere mai
dove io devo.
Sono già oltre?
Oppure fermo
mai mossi passo?
E l’ellittica strada
dove immoti passi
muovo
sempre lontano
da ciò che cerco
porta.
Ed a me stesso,
io,
sconosciuto resto.

Cose di carta

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Bianchi fogli ingialliti dal tempo

dove esili tracce di inchiostro

hanno tracciato tortuosi sentieri.

Hanno viaggiato varcando confini

trasportando illusioni e pensieri

dentro a servili buste racchiusi

lacerate da febbrili mani

tante storie diverse che l’ieri,

sacralmente consegna al domani.

Hanno generato sorrisi e sospiri

altre volte salmastra rugiada

se ne nota una piccola traccia

osservando una macchia sfocata.

Ora giacciono, scordati nel buio

dentro ad un cigolante cassetto

allacciati da un nastro sbiadito

dentro a un mobile a lato del letto.

Poi il cassetto ritrova la luce

una mano rovista curiosa

nel silenzio improvvisa una voce

nella stanza risuona gioiosa

Hai trovato qualcosa?”

Niente” è la pronta risposta
rimarcando una nota delusa,

Solo fragili, cose di carta.”

Il sogno del poeta

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Un gatto
sul tetto nel buio
che miagola solo.
La luna
che guarda dall’alto
domanda:
“Sei triste o felice?”
Sul tetto
un filo di fumo,
un camino da sempre
aspetta qualcuno.
Le tegole vecchie
son fredde nel buio,
in un abbaino
un filo di luce,
all’interno
un ceppo che brucia
facendo rumore.
Una penna, una mano,
un poeta
che scrive parole
d’amore, infelice.
Sul tetto, nel buio
un gatto da solo.
Il camino
ha smarrito il suo fumo.
Là, nell’abbaino
s’è spenta la luce,
una penna, che stanca
parlava di pena,
ora tace.

Sul foglio incompiuto
una macchia d’inchiostro
più nera nel buio,
copre una parola.
Un capo posato,
è il poeta che sogna
un amore felice.
La luna, che guarda dall’alto,
ora tace.

Nel vento

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Nel vento,

la vela di un panfilo bianco

proteso a solcare le onde,

schiamazzi e risate

sul ponte

e odore di pelli abbronzate.

Nel vento,

lontano un rimbombo di spari,

di urla e di pianti,

sgomento.

Nel vento,

l’odore del pane sfornato,

del sangue versato,

su terre di poco distanti.

Nel vento,

il rimpianto

per un mondo che muore

fra sprechi e dolore.